La foglia di coca
Papa Leone XIII e il suo successore Pio X andavano pazzi per il Vin Mariani, un'invenzione di Angelo Mariani, chimico francese di origine corsa che nel 1863 ebbe la brillante idea di trattare del Bordeaux con foglie di coca peruviana. Il tonico divenne un successo commerciale che conquistò anche la Regina Vittoria e Thomas Edison. Non solo, il Vin Mariani nel 1885 diede a John S. Pamberton l'intuizione giusta per creare la Coca-Cola, prima con alcol e poi senza. I tempi da allora sono cambiati, la pianta di coca ha subito un ostracismo crescente fino a entrare nel 1961 nella lista delle sostanze stupefacenti dell'Onu. «È come se sotto il proibizionismo avessero dichiarato illegale l'uva perché se ne produce il vino», dice Christian Inchauste, ambasciatore boliviano a Bruxelles. Inchauste ha partecipato ieri a un'audizione pubblica alla sede del Parlamento europeo di Bruxelles dal titolo «Dalla Persecuzione alla Proposta per un commercio legale dei prodotti derivati dalle foglie di coca». «Vogliamo - spiega Inchauste - creare un'alleanza tra parlamenti, governi, società civile e organizzazioni per togliere la foglia dalla lista nera dell'Onu. Dobbiamo creare una massa critica per dimostrare che la pianta e la cocaina prodotta da quella pianta non sono la stessa cosa». L'audizione non cade a caso: giovedì prossimo a Vienna inizia il dibattito sulla strategia Onu sulle droghe, che durerà forse un paio d'anni e che il governo boliviano spera di utilizzare per trovare alleati internazionali. Al momento il Paraguay e anche altri governi sudamericani starebbero studiando la proposta di Evo Morales. Già due volte, nel dicembre 2004 e nel marzo 2008, il Parlamento europeo ha approvato risoluzioni, entrambe firmate dall'eurodeputato di Rifondazione Giusto Catania, in cui si chiedeva all'Onu di togliere la foglia di coca dalla lista nera.
Ora dall'audizione del Parlamento arrivano delle proposte pratiche. «Vogliamo definire un processo di utilizzo industriale delle foglie», spiega Catania. In Bolivia è già attivo un progetto, finanziato dalla Ue con un milione di euro, che punta a definire quanta coca è consumata per uso tradizionale, come masticazione e alimentazione, e quanta può essere avviata a un uso commerciale legale. «Dobbiamo assicurare ai contadini un mercato per le loro foglie - continua Catania - mentre tutta la quantità eccedente è chiaro che finisce al narcotraffico ed è questa, solo questa, quella che va combattuta». Insomma, un piano di commercio legale e contrasto al traffico di droga. «Sono due passi nella stessa direzione - insiste Inchauste - due settimane fa Morales è stato a Mosca e Parigi per chiedere mezzi contro il narcotraffico, visto che ora gli Usa non ci danno più finanziamenti. Russia e Francia hanno risposto positivamente».
Quanto all'uso industriale, le applicazioni non mancano. La lidocaina e gli anestetici, in primis, ma anche tessuti, tè, caramelle, sciroppi (anche contro l'alcolismo), dentifrici, alcolici, come l'Agwa de Bolivia, liquore in vendita ad Amsterdam (però a 50 euro la bottiglia). I benefici di un uso alimentare della foglia non sarebbero pochi. Nel 2004 il fisiologo boliviano José Urtado ha presentato una ricerca secondo cui l'uso alimentare delle foglie di coca diminuisce la dipendenza dalla cocaina, senza produrre effetti dannosi per l'organismo. Non a caso le prime immagini scultoree che provano l'uso per masticazione e alimentazione della coca in Bolivia risalgono a 3.000 anni fa. Guardando invece al futuro, Catania proporrà presto alla Coop di commercializzare il tè alla coca in Italia.
e mi chiedo cosa passi per la testa a voi, cosa pensate di noi, povere abbandonate per le strade, che ci crediamo libere, libere da cosa poi non si sa.
e vorrei farvi vivere nel nostro corpo per un po’ di tempo; vorrei farvi sentire la forza e la debolezza che si prova; vorrei che teniate stretta tra le mani la paura, che cresce al minimo sussulto, al minimo passo che è dietro di voi; vorrei farvi provare la notte con gli occhi da donna; vorrei farvi sentire la sensazione dei vostri commenti, dei vostri sguardi, di voi che vi sentite così forti e simpatici nel farlo, che siete innocenti ma che comunque ci fate tremare; vorrei che pensaste di più a vostra madre, a vostra sorella, alle donne che amate prima di formulare anche il minimo pensiero su una donna; vorrei che almeno per un giorno provaste la finta libertà che abbiamo, che vi sentiste derisi e spaventati… vorrei farvi sentire donna ogni giorno, e farvi capire come ci si sente di fronte a storie di violenza, che anche se non ci colpiscono in prima persona, ci spaventano e ci legano comunque… vorrei ricordarvi il rispetto che meritiamo.
Vorrei farvi provare un corpo da donna almeno per un giorno e per una notte.
vi segnalo un'iniziativa organizzata da liberincipit alla quale siamo tutti invitati a partecipare.
Carmine
"I BLOGGER NELLA RETE"
Venerdi 20 Febbraio ore 19.00 c/o Pub San Sebastiano. via Municipio 14, Barletta.
Presentazione del progetto editoriale "Untitl.Ed" con la partecipazione di alcuni blogger fra i più rappresentativi della realtà culturale e sociale di Barletta e dintorni.
Untitl.Ed (www.untitlededitori.com) nasce nel 2005 dalla comune passione per la scrittura e per il mondo di internet di Annamaria Palladino di Andria, Erica Monesi, genovese, e Orietta Mascaro, goriziana. Pubblica i suoi primi libri nel settembre dello stesso anno. In catalogo una sola collana, dedicata interamente ad autori che hanno scelto la rete come spazio privilegiato di espressione.
Al fondo del progetto Untitl.Ed tre nude convinzioni: che le oscillazioni della lingua, e dei modi del narrare, si manifestino prima che altrove in rete; che i rapporti tra rete e editoria cartacea debbano costituirsi in un sempre più naturale e energico scambio alla pari; che la rete stessa sia in grado di esprimere una moderna figura di editore, immerso nel vivo di quelle oscillazioni.
La redazione è formata da persone che abitano e percorrono la rete da molti anni. Da questa posizione, Untitl.Ed si avvicina naturalmente ad alcuni abitanti dello stesso spazio, attratta da un particolare modo di parlare e di guardare alle cose. Ma uno stile attraente e uno speciale punto di vista, pur se riconoscibili in rete, non possono essere trasferiti immediatamente in un libro: sta, tra rete e libro, un procedimento ulteriore, che mette in gioco l'editore nel suo inedito ruolo di lettore affezionato.
Seguendo nel tempo il percorso di un autore in rete, e ricomponendone poi le tracce, Untitl.Ed prova a individuare l'arsenale del suo immaginario, il suo vocabolario effettivo, il timbro naturale della sua voce. Sarà a partire da questi elementi, e dal comune riconoscimento di quelle tracce, che l'autore verrà invitato a costruire il suo libro.
"Volevo stare un po' da sola per pensare tu lo sai, e ho sentito nel silenzio una voce dentro me e tornan vive troppe cose che credevo morte ormai ...." (da "La voce del silenzio", Mina)
La neve, si sa, copre i rumori, i colori, i pezzi di mondo che quotidianamente interferiscono col circolo continuo dei nostri pensieri. E, mentre sei lì, seduta sul manto bianco, col sole che splende luminoso in mezzo al cielo, senti qualcosa di inusuale attorno a te. Senti qualcosa che non sai descrivere, qualcosa a cui non sai dare un nome. Senti salire dentro di te delle voci che non ascolti mai, senti che il sangue scorre un po' più veloce e non capisci perché.
In mezzo alla neve, lontano dalla folla, ti accorgi quanto immensa sia l'adrenalina che il tuo corpo produce ogni istante e, improvvisamente, sai dare un nome a quella sensazione che è contemporaneamente angoscia e pace assoluta: SILENZIO.
E prendi consapevolezza che sono stati davvero pochi i momenti della tua vita in cui ti sei ritrovata sola con te stessa come unico interlocutore. E pare facile, ma non lo è per niente. Perché da sola non servono le maschere e non puoi fingere di non sentire ogni battito del tuo cuore. Dinanzi a te stessa, non puoi negare il fiumi di sentimenti che senti sgorgare da dentro e che ti segnano ogni giorno un po' di più.
E poi guardi la neve bianca, candida, e cerchi di ricordare l'ultima volta che anche tu ti sei sentita così pulita, così semplice, così vera. Ti chiedi se mai tu sia stata davvero in armonia col mondo, se tu abbia mai avuto davvero il coraggio dei tuoi sogni. Perché i sogni sono facili da costruire finché restano prigionieri della mente, ma poi manca sempre la forza di alzare la testa e crederci davvero. Perché è più facile convincersi che certe cose possano esistere solo dentro di noi, che gli altri non possano capire, che questo mondo non sia il giusto posto per spiegare...
E, invece, pare che la neve ti stia parlando. Ti stia dicendo che quella che senti è solo paura. Paura che il sogno, una volta realizzato sia anche faticoso, perché le cose reali, si sa, sono sempre imperfette. E tu è una vita che lotti contro la tua imperfezioni e solo ora ti rendi conto di quanto, invece, siano le tue debolezze a farti sentire viva.
"Tutta l'infelicità dell'uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo."
(Blaise Pascal)
Ed è lì che trovi alcune delle risposte che cercavi fuori. E' dentro te che senti quanto potere possa avere la tua volontà. E' allora che decidi di dirti tutto, di non mentirti più, di smettere di ignorare le consapevolezze acquisite lungo la strada che paiono, a volte, troppo pesanti per i tuoi 20 anni.
E impari una nuova grande lezione. Tu, che sei un vulcano inarrestabile, capisci che rallentare un attimo per dedicare del tempo alla ricerca del tuo equilibrio non è sintomo di debolezza, ma, al contrario, è la strada obbligata che devi percorrere se vuoi diventare la donna che hai sempre sognato di essere. Capisci che, se vuoi davvero raggiungere i traguardi che credi di meritare, allora devi anche trovare il coraggio di riconoscere ogni giorno quello che sei. Come la neve, devi imparare ad accogliere e riflettere la luce che, per tua fortuna, splende ogni giorno nella tua esistenza. Come la neve, devi abituartri a leggere le tracce che gli incontri che fai lungo la via lasciano indelebili dentro di te. Come la neve, devi avere anche la forza di lasciare che il silenzio parli della persona che sei agli altri, ma , soprattutto, a te stessa.
"E improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto..." (da "La voce del silenzio", Mina)
Per imparare a smettere di essere l'immagine che gli altri hanno di te e cominciare, invece, a mostrarti senza remore anche per i lati di cui ti vergogni. Per imparare a non nascondere una lacrima, a non risparmiare un sorriso, a non negare un abbraccio. Per imparare a lottare per le cose che ami così tanto, ma che puntualmente tieni lontane perché sai bene che sono le uniche che ti rendono fragile, attaccabile. Per imparare che, qualche volta, abbassare la guardia con le persone che tentano di dimostrarti da tutta la vita che lo meritano, non può che riempirti di calore. E il rischio è enorme, lo sai. Ma tu sei anche questo e crescere comporta che tu impari a non negare a te stessa di essere felice.
"Dimmi quand’è che ti sei divertito davvero, prova a dirmi quand’è che hai lasciato i rimpianti nel vento, dimmi quando tu hai fatto più felice il bambino che hai dentro e vissuto le piccole cose lungo gli incontri della vita...?" (Enrico Ruggeri, "Incontri")
Imparare a confrontarsi con se stessi è la più grande ricchezza che si possa acquisire in questa vita, ed è anche l'unica strada che porta, come direbbe il Vate, al "raggiungimento di una splendida felicità".
"Guardati in faccia e credici un po' di più" (L.L.)
Sabato 6 dicembre Alexandros Grigoropoulos, un compagno 15enne, è stato ucciso a sangue freddo con un proiettile al petto da un agente nella zona di Exarchia. Al contrario di quanto dicono poliziotti e giornalisti, complici del delitto, questo non è stato un «incidente isolato», ma un'esplosione dello Stato di repressione che sistematicamente e in maniera organizzata colpisce coloro che resistono, coloro che si ribellano, gli anarchici e gli antiautoritari. Questo è il picco del terrorismo di Stato, espresso con la dottrina della «tolleranza zero», con la viscida propaganda dei media che criminalizza coloro che stanno lottando contro l'autorità.
La violenza è parte del più ampio attacco di Stato e padroni contro l'intera società, al fine di imporre più rigide condizioni di sfruttamento e oppressione, per consolidare il controllo e la repressione. Dalla scuola alle università, ai centinaia di lavoratori morti nei cosiddetti «incidenti sul lavoro» e alla povertà che abbraccia una larga fascia della popolazione, dai campi minati ai confini, i pogrom e gli omicidi di migranti e rifugiati ai numerosi «suicidi» nelle carceri e nelle stazioni di polizia, dagli «spari accidentali» nei posti di blocco della polizia alla violenta repressione delle resistenze locali, la Democrazia sta mostrando la sua ferocia.
In un primo momento, dopo l'uccisione di Alexandros, manifestazioni spontanee e riots sono esplosi nel centro di Atene, il Politecnico e le Facoltà di Economia e Diritto sono state occupate e attacchi contro i simboli dello Stato e del capitalismo hanno avuto luogo in molti quartieri periferici e nel centro città. Manifestazioni, attacchi e scontri ci sono state a Salonicco, Patrasso, Volos, Chania e Heraklion (Creta), a Giannina, Komotini e in molte altre città. Ad Atene, in Patission street - fuori dal Politecnico e dalla Facoltà di Economia - gli scontri sono continuati tutta la notte. Fuori dal Politecnico la polizia ha fatto uso di proiettili di plastica.
Sabato 7 dicembre, centinaia di persone hanno manifestato verso il quartier generale della polizia ad Atene, attaccando la polizia. Scontri mai visti si sono diffusi nelle strade del centro città, durati fino a notte fonda. Molti manifestanti sono feriti ed alcuni sono stati arrestati.
Noi continuiamo l'occupazione del Politecnico, cominciata sabato notte, creando uno spazio per tutte le persone che lottano e un altro presidio permanente della resistenza in città. Nelle barricate, nelle occupazioni delle università, nelle manifestazioni e nelle assemblee terremo viva la memoria di Alexandros, ma anche la memoria di Michalis Kaltezas e di tutti i compagni uccisi dallo Stato, che hanno dato forza alla lotta per un mondo senza padroni né schiavi, senza polizia, armi, prigioni e confini. I proiettili degli assassini in uniforme, l'arresto e le manganellate ai manifestanti, i gas chimici lanciati dalle forze di polizia non solo non riusciranno a imporci paura e silenzio, ma diverranno la ragione per sollevarci contro il terrorismo di Stato, il grido della lotta per la libertà, per abbandonare la paura e incontrarci - ogni giorno sempre di più - nelle strade della rivolta.
volevo lasciarvi un pezzo della mia esperienza, fatta sabato scorso. Ieri stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la volevo ricordare in questo modo, con le fotografie del mio viaggio nel tempo, che sembrava passato ma è ancora presente. ed è stata una strana sensazione trovarmi lì, a far cori e simboli di altri anni.
Fra.BO
Alle 8.30 in quell'angolo di piazza Garibaldi chiamato piazza Mancini, usuale ritrovo di quasi tutti i cortei partenopei, sono già schierati una trentina di poliziotti e diverse auto, jeep e camionette color blu polizia. Manifestanti non se ne vedono ancora, o chissà se si potrebbe chiamarli così quei ragazzi seduti sul monumento di Garibaldi, che sorridono ed hanno un'aria un po' assonnata, e si guardano intorno, immersi nel rumore nella città. Per ora sono solo dei ragazzi appena svegli, come quelli che incontro poco dopo nelle strade intorno all'Università, la stessa aria, la stessa espressione di chi attende qualcosa e ti guarda chiedendosi se anche tu sei un ragazzo o un manifestante. Strane suddivisioni, demarcazioni. E' strano adesso questo modo di muoversi nelle vie della città, è come se ci si cercasse, con lo sguardo e con le correnti dell'anima, cercando solidarietà e compagnia in una città che, purtroppo, continua a rimanere un po' ostile a questo movimento, annegata com'è nella sua indifferenza e peggio ancora nel suo gretto provincialismo, di chi certe cose non le capisce ed in primo luogo l'importanza della cultura, dell'istruzione non la sa comprendere, e quindi si rapporta a ciò che non capisce non con smaniosa curiosità, ma con superficialità e disprezzo. Intorno alle nove e mezza parto con altri cinque o sei ragazzi-manifestanti alla volta del concentramento del corteo. Dobbiamo far finta di niente quando, sulla strada verso piazza Garibaldi, passando per vicoli e piazzette pieni di bancarelle che vendono scarpe contraffatte e sigarette di contrabbando ed ogni simile mercanzia, ci giunge ogni possibile insulto, e la gente ci deride e ci dice nei modi più svariati e coloriti, di andare a lavorare, a rubare, che stiamo messi male col cervello eccetera eccetera. Fa un certo effetto, sentirsi dire cose del genere da un tossico schiavo della camorra che trascorre le sue giornate succhiando il sangue di questa terra, in un mercatino di niente, ma ci si rende conto proprio scrivendo queste righe di come in questa città la parola "delinquente" non possa essere utilizzata con un'accezione negativa, che qui essa assume un nuovo significato. Forse, questi delinquenti che si sentono in una posizione tale da poterci sfottere e disprezzare, da potersi considerare, appare assurdo ma è così, persino meglio di noi, altro non credono che di essere gente per bene che tira a campare, come meglio può. E' difficile, è davvero difficile in questa città tracciare una linea di confine tra chi uccide e chi viene ucciso, tra gli schiavi e i padroni. Forse è semplicemente tutta gente di niente, che sguazza nella sua misera condizione perchè in fondo, ad ogni livello, dal politico al lavavetri, quella condizione gli permette di campare, quella condizione è ormai un dato assodato con cui si riesce ad avere familiarità. Se glielo chiedi, forse nessuno ti dice che è giusto che le cose vadano così, ma semplicemente ti rispondono che vanno così, e loro in quel sistema si adattano, non possono farci nulla per cambiarlo perchè, come sempre nella storia di questa città, a governare le sorti della gente è qualcun altro che sta da qualche altra parte, un'entità astratta su cui nulla e nessuno può incidere, ma che in fondo in fondo và pure bene, se ci si riesce ad adattare e si trova il modo di tirare a campare. Dunque, la figura del delinquente va adattata all'ordine giuridico in vigore, e muta a seconda di esso, ed in questo sistema napoletano dove alla terzietà dello stato e del diritto si è sostituità l'animalesca dualità dell'uomo contro l'uomo, dell'automobilista veloce contro quello più lento, del furbo contro l'ingenuo, dello scaltro contro l'onesto, del camorrista prepotente contro la persona per bene, in questo giardino zoologico dell'umanità dove l'ordine giuridico ha smarrito i suoi contorni di certezza e baluardo del vivere civile, e non è più qualcosa che è fra la gente, bensì altrove, ecco, qui, il delinquente è una figura di per sè stessa incompatibile, incerta. In questo sistema non-giuridico, il delinquente è una figura non più ipotizzabile. Per questa gente qui di cui parlo, quelli come noi invece, studenti che manifestano perchè non gli sta bene qualcosa, o tutto, così come i Saviano, o i Cantone che combattono contro l'ordine assurdo delle cose in questa città, noi tutti siamo degli alieni. Peggio, dei pazzi visionari, che pensano davvero di poter cambiare il mondo con le proprie azioni, invece di vedere come fare per tirare a campare (e qui si spiegano gli inviti di quei nobili signori: "andate a lavorare, andate a rubare!". Dove, evidentemente, il confine fra queste due attività appare sfumato se non inesistente). Ancora, noi siamo dei nemici. Perchè non ci facciamo i fatti nostri, perchè Saviano che cavolo vuole con questa storia dei casalesi, noi stiamo bene così, la camorra non esiste, non come dice lui, e "cosa vogliono questi studenti - tuona una signora dal suo balcone - noi in 40 anni non abbiamo mai fatto uno sciopero!". Noi siamo una schiera, una moltitudine di punti interrogativi che si affaccia dai bordi delle anime impoverite di quella gente, una moltitudine di punti interrogativi che non ammette di restare elusa, e conduce ad impattare contro la prepotente domanda se sia davvero così che deve andare, tutto questo. A Napoli, in Italia, nel Mondo. Come l'ha egregiamente definito Vendola, questo movimento rappresenta una domanda matura ed irriducibile di democrazia. E' questo che pensavo, mentre misuravo con lo sguardo i miei passi, durante il corteo, mentre li guardavo muoversi sui sampietrini disconnessi e rattoppati di Corso Umberto, questo pensavo, mi interrogavo profondamente sul senso di ognuno di quei passi, mentre si appoggiava al suolo, lo percorreva, e se ne distaccava, nuovamente. Pensavo che quei passi erano domande profonde ed ineludibili di democrazia, e che forse è questa l'istanza più profonda di questo movimento, e ciò che fa sì che questo movimento non sia la semplice opposizione al progetto di smantellare l'istruzione e l'università italiane, non è riducibile all'opposizione alla legge 133 e alle politiche formative di questo governo, ma questo movimento parte da una radicale rivendicazione di democrazia, di riconquista degli spazi decisionali nelle nostre facoltà come nel nostro Mondo. Questa è la vera questione posta da questo movimento, la prepotente pretesa che l'Italia non sia un paese per vecchi, che non lo sia il mondo globalizzato in cui studiamo e vorremmo essere liberi di continuare a studiare, ed un giorno lavorare e vivere, ma liberamente, senza essere annichiliti dalla necessità di vivere per lavorare per vivere, potendo continuare a sviluppare liberamente le nostre soggettività, dando spazio a quei luoghi dell'anima che solo se coltivati possono tenere accesa la speranza di un vero progresso intellettuale e culturale della nostra Società globale. Quest'onda è un moto dell'anima, la richiesta e la certezza che la nostra democrazia non possa essere ridotta a semplice forma, come accade a troppe cose nel nostro mondo, ma debba essere conservata viva e pulsante nel suo cuore, nella sua essenza, essenza che può essere costituita soltanto dalla cultura, dalla libera diffusione di massa dei saperi e delle conoscenze. Questa oggi può essere la sola risposta valida alla crisi che sta imperversando nel mondo. Una crisi che, bisogna tenerlo ben presente, non è soltanto una crisi economica e non investe solo i mercati finanziari, ma attraversa la coscienza delle persone, il mondo di intendere e percepire il concetto del proprio stare al mondo. Queste cose, anche queste cose, io credo, ha significato ognuno dei passi che ieri ciascuno di noi ha mosso, sui sampietrini e sull'asfalto e fra i muri e le pareti dei luoghi delle nostre città. Alle 3 del pomeriggio, a piazza del Plebiscito, il corteo finisce. Dal camioncino, le note di "Contessa", e tutta la tensione e la fatica di sei ore di manifestazione si sciolgono in una danza collettiva, di chi si abbraccia e si prende per mano e canta, e salta, e guarda il segno dell'ombra che piano si stende fra i confini della piazza, e il cielo, limpido, di questa fantastica giornata. Negli occhi, questo, e nella mente, un pensiero: che questa, questa parte di umanità festosa e curiosa, radicale e libera, cosciente e consapevole, responsabile e leggera, questa sia la parte migliore del mondo.
Siamo in una grande città, è una fredda giornata d’autunno. Raggiungiamo il nostro autobus. E’ già fermo da qualche minuto, affollatissimo, pieno zeppo di persone di ogni tipo. Facciamo di tutto per salire per non perdere quel nostro importante appuntamento; con un balzo felino ed un gioco di gomiti siamo su, quando facciamo per voltarci verso la strada, il nostro sguardo si sofferma su un anziano mediorientale che corre con un grosso sacco bianco sulle spalle strette, ha una buffa barba lunga e agita il braccio, come fanno gli uomini di mare, per attirare l’attenzione dell’autista. L’uomo, sudaticcio e claudicante, sembra dover soccombere sotto il peso di quel fagotto tondeggiante ma con le poche forze che ha si fa vicino all’obiettivo portando il piede destro sugli scalini del veicolo; è in quello stesso istante che l’autista pigia il tasto rosso che aziona la chiusura automatica delle porte e afferma soddisfatto: “resta a terra stronzo, magari volevi farci saltare tutti per aria”. L’autobus parte lasciando l’uomo a terra con il suo sacco di ciarpame rovesciato; sui monitor lampeggia una scritta luminosa che non lascia indifferenti i passeggeri, dice “Importante: ricordate di stare attenti al prossimo e di obliterare il biglietto”.
Ogni giorno compiamo tanti piccoli gesti che ci fanno sentire parte di un sistema, di un ordine non del tutto casuale di strutture, azioni e regole, insomma di una società.Ci fermiamo al semaforo quando scatta il rosso, timbriamo il cartellino sul posto di lavoro, alziamo la mano per poter intervenire in classe, diamo del Lei a persone che non conosciamo, cerchiamo compagnia o relax nel tempo libero, acquistiamo le pile per il nostro lettore mp3, paghiamo le tasse universitarie, guardiamo il telegiornale… Alcune volte la coerenza di questi gesti ci rende sicuri e sereni, molte altre invece ci sembrano eccessivamente condizionati, sbagliati o inutili, ma ciononostante il più delle volte li ripetiamo anche perché non conosciamo alternative: ci sono cose che si fanno e basta. Questo insieme di gesti può essere dettato da bisogni fisici, obblighi e opportunità; ci fanno capire che non tutto è possibile ma anche che non tutto è sempre accettabile; ci portano a pensare al senso stesso dello stare insieme(in una relazione di coppia, in un gruppo di amici, in una fabbrica, in una città, in uno stato), ci trasmettono il senso del limite e quello della volontà. Ci ricordano tanto quella lezione storica che recita “la mia libertà finisce quando inizia la libertà degli altri”, e contemporaneamente al mare aperto di quelle ingiustizie che della elusione di questa massima si nutrono.
Dopo secoli di guerre e rivoluzioni il ventesimo secolo presenta al mondo un nuovo modello di stato, figlio della legislazione sociale inglese, degli ideali giacobini, della previdenza prussiana, della rivoluzione industriale e della lotta di classe. Questo cosiddetto “stato sociale” si preoccupava di garantire “sicurezza” ai cittadini. Garantiva servizi essenziali, istruzione, sanità, pensioni, tutele sul lavoro, sistemi di polizia e di giustizia che combattessero la criminalità.
La fase del cosiddetto “welfare state1” ha rappresentato con ogni probabilità il massimo livello di civiltà per il mondo occidentale.
A partire dagli anni ottanta, con la mondializzazione dei mercati e gli obblighi di bilancio imposti dalla comunità europea, comincia la fase, tutt’ora in atto, della trasformazione dello “stato sociale” in “stato minimo2”, concetto storicamente teorizzato dai liberali e consistente in un’organizzazione statale debole che garantisce enormi spazi di azione ai privati, fino al punto di sostenerli sostituendoli a politiche pubbliche, in svariati settori, di interesse vitale per ogni paese.
Oggi la politica neoliberista di molti governi si è scoperta debole di fronte al ruolo imperante delle multinazionali e alla dirompenza dei mercati finanziari, comprese le crisi in atto da essi scaturite. Tutto ciò spinge e per alcuni versi costringe a cercare nuove strategie politiche di controllo sociale, in concorrenza con le ben più potenti strategie di mercato dei gruppi economici.
Vediamo come la parola d’ordine, per riproporre una sorta di ridefinizione del ruolo statale, diventa, dunque, “controllo3”. Si perdono, così, i confini tra il cittadino-consumatore e il cittadino-suddito, del quale sono registrati tutti i movimenti monetari, tutti gli scambi di informazioni in rete, tutti gli spostamenti aerei o autostradali. Si pensi anche ai sistemi di telesorveglianza pubblica messi a punto negli USA e in molte città europee oppure alle leggi che impongono banche dati delle impronte digitali (in Italia si partirà dal 2010).
Ora, pensiamo alla nostra idea di società. Torniamo al nostro autobus e alle nostre faccende quotidiane, agli obblighi, ai bisogni, alle opportunità. Torniamo anche a quella massima sulla libertà, che ci riporta alla fine dello stato di natura e al principio di un modello sociale costituito da diritti e doveri, dove i governati controllano i governanti, dove i cittadini fondano liberamente tra loro un accordo(omologhìa da omos e logos cioè “stesso discorso”) a partire dal rifiuto netto di ogni violenza. Torniamo a noi e chiediamoci se la società nella quale viviamo e il sistema politico che la sorregge siano il giusto approdo di questo stato di diritto. Chiediamoci se sia normale il fatto che molte aree pubbliche vengano arbitrariamente militarizzate, che spesso non siamo altro che percentuali nei sondaggi elettorali, che non esercitiamo nessun controllo concreto su chi amministra la cosa pubblica e che siano persino i nostri governanti a proporci un clima di intolleranza, paura e violenza pur di distoglierci dai problemi reali dei nostri giorni.
Bastano pochi ingredienti per dare vita ad un mix esplosivo: una buona dose di populismo,gestione autoritaria delle forze dell’ordine, mancanza totale di interesse per i diritti dei più deboli(giovani, poveri e anziani) e un controllo smodato sui mezzi di comunicazione.
L’impoverimento educativo e culturale non è che una conseguenza; l’aziendalizzazione dei modi e dei luoghi di formazione ne è una conseguenza ulteriore, così come la frenesia e la fluidità delle leggi di produzione.
Quale governo ai limiti del dispotismo avrebbe interesse a lasciare ampi margini di azione ad una popolazione attiva, consapevole dei propri diritti e doveri, tollerante, cooperante, pacifica e progressista?
Quale nuovo despota4preferirebbe un elettorato variegato perché libero e critico, quindi informato, esigente, inquieto ed intransigente, piuttosto che un elettorato omologato, disinformato, xenofobo5?
Non è questo il momento di esibire enormi analisi, giungeremmo a risultati che sono ogni giorno sotto gli occhi di qualsiasi osservatore attento. Ciò di cui abbiamo bisogno, però, è almeno di dare il giusto nome alle cose.
Per iniziare si può definire “società della paura” quella che si sta delineando nel mondo occidentale. Come altro si può definire una società il cui governo benedice guerre preventive; inquina il pianeta e poi annuncia catastrofi ambientali; eleva in modo esponenziale gli investimenti bellici(solo l’Italia spende 400 euro procapite annui per gli armamenti); fomenta la paura del diverso tramite leggi e decreti; giustifica la qualità della vita in base al rischio di attentati o flussi migratori cui la “nazione” è esposta, piuttosto che giudicare lo stato di benessere rispetto alla giustizia, al reddito o ai diritti e i servizi di cui godono i cittadini.
Si evince allora che la paura non è solo paura dell’altro inteso come “emergenza”(emergenza clandestini, emergenza immigrati, emergenza rumeni, emergenza omosessuali, emergenza no global ecc ecc). La paura diffusa diventa anche paura di denunciare le ingiustizie, di combattere la mafia, di farsi carico dei propri bisogni.
La paura come sinonimo di società è sfiducia, apatia, codardia, lassismo, disprezzo delle regole.
È la rinuncia a giocare un ruolo attivo nella propria vita, è la delega in bianco a rendersi schiavi di questo o quel padrone(despota), della sua legge, della sua informazione, del suo denaro, della sua Verità.
La giustificazione che questo sentimento sia marginale, occasionale, periferico, che contagi solo le fasce deboli della popolazione è ormai fin troppo debole e retorica.
Il potere ha bisogno di periferie da colonizzare o sottomettere per poi sfruttarle e gli esempi storici si perderebbero nella notte dei tempi.
E’ sufficiente guardare al presente per capire che questa sottomissione si fa sempre più individualizzante: dalle periferie del mondo, alle periferie dello stato, passando per le periferie delle città, fino alla colonizzazione degli immaginari collettivi di chi attraverso un televisore incarna soltanto l’ultimo cerchio concentrico della distribuzione del potere, di fatto subendolo.
Quanto ancora può durare questo status quo? Esistono segnali di rottura? Si può sconfiggere la paura? E soprattutto come e in cosa si può ritrovare la speranza?
Le banlieues francesi ci hanno fatto saggiare la portata di eventuali ribellioni dettate dell’emarginazione e dal degrado di questa nostra modernità; la comunità africana di Napoli si è opposta per prima al disegno criminale del para-stato camorristico, prima dell’esercito, prima dello Stato, prima dei cittadini italiani; milioni di persone nel mondo rischiano di pagare sulla propria pelle la crisi del capitalismo globale con conseguenze inimmaginabili.
Forse la risposta che cerchiamo è la speranza stessa. Forse più che cercarla occorre crearla e contagiarla. Forse quello di cui abbiamo bisogno è una cosa, qualsiasi cosa, che rompa con questo presente. Forse ci apparterrà. Forse non lo sappiamo ma già ci appartiene.
Carmine
1. Il welfare state (stato di benessere tradotto letteralmente dall’inglese), conosciuto anche come Stato assistenziale o Stato sociale, è un sistema di norme con il quale lo Stato cerca di eliminare le disuguaglianze sociali ed economiche fra i cittadini, aiutando in particolar modo i ceti meno abbienti. Lo stato sociale è un sistema che si propone di fornire servizi e garantire diritti considerati essenziali per un tenore di vita accettabile: assistenza sanitaria; pubblica istruzione; indennità di disoccupazione, in caso di accertato stato di povertà o bisogno; accesso alle risorse culturali(biblioteche, musei, tempo libero)assistenza d'invalidità e di vecchiaia; difesa dell’ambiente naturale. Questi servizi gravano sui conti pubblici in quanto richiedono ingenti risorse finanziarie, le quali provengono in buona parte dal prelievo fiscale che ha, nei paesi democratici, un sistema di tassazione progressivo in cui l’imposta cresce al crescere del reddito(fonte Wikipedia)
2. Si parla di stato minimo per sottolineare la caratteristica propria dello Stato liberale di porsi come unico obiettivo la tutela dei diritti fondamentali. Infatti, al contrario dello Stato sociale, quello liberale predilige il rispetto e la salvaguardia dell'iniziativa privata in opposizione ad ogni tentativo di dirigismo statale. Il compito fondamentale non è quello di perseguire forme di eguaglianza sostanziale, ma di limitarsi unicamente a quelle di eguaglianza formale. Ne consegue l'idea di un apparato "alleggerito", incentrato sulla tutela di pochi diritti essenziali ed in grado di lasciare la massima libertà all'iniziativa dei singoli(fonte Wikipedia)
3. potete approfondire con “la società del controllo” di Gilles Deleuze
4. dal greco “despotes= padrone. Montesquieu identificava tre tipi di governo in base ai principi che lo sorreggevano: repubblica, il cui principio è la virtù;monarchia, il cui principio è l’onore; dispotismo, il cui principio è il terrore. Il termine “dispotismo” fu poi accompagnato dall’aggettivo “illuminato” per indicare il governo assoluto di alcuni sovrani del XVIII secolo. Recentemente lo scrittore Giorgio Bocca definisce “dispotismo democratico” o “autoritarismo morbido” il modo di governare di Silvio Berlusconi.
5. che, chi nutre particolare avversione per tutto ciò che è straniero(De Mauro)
Suonò la sveglia. Scaraventai il telefonino dall'altra parte della stanza.
Non passò molto tempo quando il telefonino riprese a squillare.
Decisi così di svegliarmi. Erano precisamente le 7 in punto.
Andai in bagno, mi lavai la faccia di cazzo e cercai di togliere tutte le odiose schifezze verdi dagli occhi gonfi e stravolti. Semplice routine.
Andai in cucina, misi su il caffè e mi appollaiai sulla poltrona. Accesi la Tv e il papa apparve sullo schermo con la sua faccia ipocrita.
Il servizio diceva: “IL PAPA PROCLAMA LA SUA IDEA DI POLITICA. PIU' UOMINI CATTOLICI IN POLITICA. HANNO PIU' BUON SENSO”.
La giornata iniziava malissimo.
Bevvi il caffè, sorseggiai un po' di latte, mi vestii, mi lavai i denti e uscii.
Girai l'angolo, e mi diressi verso la stazione. La puzza di pesce mi travolse senza lasciarmi scampo. Maledetta pescheria del cazzo.
In un vicolo, sulla strada della stazione, un vecchio barbone, con il bastone, tirò fuori dalle mutande una bottiglietta d'acqua, dalla quale bevve avidamente.
“Buongiorno” disse.
“Salve”.
“Come va?”.
“A lei, come va?!”.
“Bene!”.
“Sto benissimo anch'io allora”.
“Conosco tuo padre”.
“Può capitare”.
“Sei identico a lui”
“Capita anche questo”.
Mi guardò in modo strano. Era un stronzata. Pensò che mio padre non mi andasse a genio.
“Come sta, il vecchio?”
“Lavora”
“Si, ho capito, ma come sta?”
“Sta lavorando. Credo stia bene in mezzo alla polvere di una fabbrica. Lei non crede?”
“Non credo”
“Neanche io. Ci si vede.”
“Ciao ragazzo”.
Arrivato in stazione comprai il biglietto, emanai una flatulenza prima che si aprissero le porte del treno e poi salii.
Mi accomodai accanto al finestrino. Faceva un caldo fottuto.
Di fronte era seduto un ragazzo di colore. Era scuro come la pece. Emanava un forte odore di stanchezza e aveva gli occhi spenti. Guardava fuori il paesaggio che scorreva.
Aveva con sé solo una borsetta blu, dalla quale spuntava un panino a metà.
Aveva le scarpe bucate e i pantaloni sporchi.
Aveva le mani sulle ginocchia. Erano rovinate come quelle di uno schiavo.
Alla terza fermata del treno, un impiegato delle ferrovie si diresse verso di me.
Era un bell'uomo, capelli brizzolati, viso armonico e un bel fisico asciutto da quarantenne don giovanni. Il suo sguardo era giulivo, e sembrava piacergli il suo lavoro.
“Mi scusi”. Si rivolse in tono pacato, molto cordiale.
“Prego”.
“E' possibile vedere il suo biglietto?”
“Certo”.
Prese il biglietto, fece un buco con l'arnese che hanno i controllori e me lo restituì.
“La ringrazio!” disse in tono gentile.
“Nessun problema”.
Fu gentile con tutti, il controllore.
Fu cordiale con tutti i passeggeri.
Dopo aver controllato i biglietti a tutti i pendolari della carrozza, si diresse verso il ragazzo di colore. Il viso dell'impiegato delle fottute ferrovie iniziò ad oscurarsi.
“Ehi!”
L'uomo pece non si girò, continuò a guardare fuori. Sembrava stesse sognando.
“Ehi dico a te!!!” gridò il controlla biglietti del cazzo.
Il ragazzo si voltò.
Il suo viso si rabbuiò ulteriormente.
“Hai il permesso di soggiorno?”
L'uomo nero non mosse un muscolo.
“Sei scemo, o lo fai apposta?? Ti sto chiedendo il permesso di soggiorno. Ce l'hai o no il permesso?? EHI MI SENTI?? DICO A TE!!!”
Il ragazzo fece cenno con la testa negando. Il “no” che tutti i bambini fanno ai genitori.
“Ma tu guarda questo stronzo!”.
Il controllore prese il ragazzo per la maglietta e lo fece alzare dal sedile sudicio di quel treno di merda. Quasi lo strattonò.
Il viso del ragazzo rimase identico a quello sognante che guardava il paesaggio scorrere mentre il treno era in corsa.
“Ehi, stia calmo, cristo!” esclamai.
“Questi profughi credono di fregarmi.”
Nel frattempo arrivammo alla quarta fermata.
Il controllore buttò fuori il ragazzo, con la sua borsetta e i suoi sogni.
Il ragazzo prese la borsetta, si alzò e rimase fermo davanti alle porte del treno.
Si chiusero davanti ai suoi occhi. Erano spenti come la cenere.
Il treno partì lentamente e l'uomo pece iniziò a camminare a passi pesanti.
Mi affacciai al finestrino, scorsi il suo sguardo. Una lacrima scendeva su quel viso scuro.
Gli feci un cenno con la mano, per salutarlo. Sollevò il capo e alzò un braccio per ricambiare il mio saluto del cazzo. Era inutile ma non so perchè lo feci.
Pensavo se lo meritasse dopo essersi beccato un calcio nel culo da un fottuto ipocrita bianco.
Arrivò la sesta fermata.
Scesi dal treno e una massa di stronzi davanti a me chiacchierava a voce sostenuta.
“Ehi, hai visto MTV ieri sera??”
“Si! Cazzo! Vorrei tanto leccare la passera di quella nera. Quando canta e muove il culo mi fa arrapare.”
Il caldo che non svaniva, i palloni ancora gonfi e pronti per essere calciati, delle squadre fattesecondo strani principi, un campo irregolare tra macchine e marciapiedi, i bambini che si sentono Delpiero e le bambine che fanno goal, il sole che durava ore e l’acqua per bere che ci veniva calata dal quel balcone al primo piano, la merenda alle 5, e le raccomandazioni di tutti, le giornate infinite passate ad esser bambini d’estate.
L’odore della domenica mattina, il sole sul corso principale, e la salsa che cuoce in cucina. I piccoli che giocano per strada dopo la messa, i nonni che parlano di campagna e politica per piccoli. L’odore dell’uva mista al alcool, l’odore dell’olio appena spremuto, e noi di nuovo bambini, su delle biciclette truccate con quel che si può, facciamo su e giù per la nostra strada, viviamo piccole avventure birichine, poi arriviamo nel luogo sicuro dove nonne e mamme e zie ci accolgono, e le vedi chine su devi vasetti, su dei pomodori pieni di terra, su delle bottiglie che puntualmente, come il sole che sorge, devono essere fatte, con amore, pettegolezzi, fantasia e tradizione.
Aprire in pieno settembre un vasetto di salsa arrivata da casa mi ricorda tutto questo, tutti quei momenti indimenticabili, in cui vivi di famiglia, di semplicità, di mani sporche e umide di pomodori, in cui riesci a cibarti solo di pane, in cui la vita, quella che poi scopri crescendo, non ti sembra cosi difficile.Mi accorgo con questi momenti di essere cresciuta tra tradizioni, tra routine, tra una nonna che preparava orecchiette mentre mi raccontava la storiella di ComaGatta, e un natale da passare in trecento tutti stretti in una casa, tra le scarpe della domenica e le scampagnate nei giorni di festa, tra i sapori di una terra che sembrava unica e che poi scoprirai non esser cosi. Mi accorgo di quel ritmo che ci ha accompagnati da piccoli e che ci ha fatto crescere così, e poi mi accorgo di tutto questo che è svanito, trafitto dal tempo, da noi che cambiamo, che abbiamo paura della morsa delle tradizioni, della routine, della nostra vita scandita in momenti scontati già sentiti, fin troppo vissuti, e che allora preferiamo vivere di novità; che chissà se ci lascerà qualcosa come sono riusciti a fare quei semplici momenti di tradizione.
Vi lascio questo pensiero che mi è uscito da un sabato pomeriggio bolognese, e vi lascio ai vostri ricordi da bambini e alle tradizioni che avete vissuto…
" Non la verità di cui si è o si presume di essere in possesso, ma il sincero sforzo impiegati per scoprirla determina il valore dell'uomo. Poichè non il possesso ma la ricerca della verità estende il suo potere: solo nella ricerca consiste la sempre crescente sua perfezione; nel possesso egli s'accheta, si fa pigro, presuntuoso. Se Dio tenesse chiusa nella sua destra tutta la verità e tenesse nella sua sinistra il solo eterno tendere verso la verità, con la condizione di dover andare sempre errando e mi dicesse: scegli! Mi rivolgerei subito alla sua sinistra e direi: dammi , o Padre! la verità pura è per te solo. "
GOTTHOLD LESSING
Ora, la riflessione di Lessing è colta e importante e di conseguenza i miei interrogativi sono: di che verità parla? la Verità con la V? quella divina, cioè il fine di tutto?...ma se, come io credo, il possesso della Verità sia solo una chimera perchè l'uomo è portato a ricercarla fino ad uccidersi per essa?...pensa di trovarla?o cerca sapendo di non arrivare??? Qualcuno pensa di poter veramente arrivare a trovarla?. Io credo proprio di no. la Verità non esiste e non esiste neanche la verità. E da un pò di tempo comincia a farmi paura anche la ricerca (nella quale secondo Lessing sta la perfezione dell'uomo) insomma mi sembra inutile anche la ricerca. Ma questo è ancora un ulteriore problema.
Quando si dice "il caso"
Quando si dice "è solo un caso??"
Per quanti non hanno visto il film in uscita X-Files Voglio crederci, c'è una scena a un quarto circa del film che oltre ad avermi fatto scompisciare letteralmente dal ridere mi ha fatto riflettere....invito alla vs. riflessione.
Posto anche il link nel caso in cui non si dovesse visualizzare il video....
http://it.youtube.com/watch?v=tlM43rAL83c
ps. :
questa è l'unica scena di tutto il film in cui si sente l'ormai nota musichetta aliena di x-files......sarà un caso?
"Come numeri primi gemelli, vicini, ma mai abbastanza per sfiorarsi veramente" (La solitudine dei numeri primi, P. Giordano)
....E ci si chiede se davvero siamo solo pianeti incastrati nelle nostre orbite, destinati a non toccarci mai veramente. Se ogni uomo è un'isola, allora quanto è davvero possibile non essere soli? Quanto è davvero probabile che la condivisione non resti solo un'utopia?
Noi siamo nati da condivisione, su questo non ci piove. Il dubbio è quanto quella che è comunemente vista come tale lo sia davvero. Nella mente di ognuno di noi ci sono luoghi oscuri e sconosciuti, che, irrimediabilemente, ci allontanano dagli altri. La difficoltà contro cui si combatte per aprirsi, per lasciarsi andare veramente, per fidarsi fino in fondo, si fonde col dolore causato dalla triste consapevolezza di non poter mai davvero incontrare l'altro, se non per fugaci attimi in cui le nostre difese si abassano e noi scopriamo le nudità delle nostre anime solo per sentirci meno soli. Tuttavia, questo non può bastare. Avere il coraggio di mostrare le proprie fragilità è il primo, imprescindibile, passo verso una convivenza che possa essere più profonda e sincera della mera coesistenza. La differenza è sottile, ma fondamentale, impalpabile, ma presente. E' come sentire ed ascoltare, è come vedere e guardare, è come presenziare ed esserci, è come sopravvivere e vivere.
E allora il dubbio che logora da giorni la mia mente è se l'abisso sia veramente attraversabile, se la distanza tra due persone, che, a volte, si rivela essere il viaggio più lungo e tortuoso da compiere, possa diminuire giorno per giorno, fino ad essere talmente infinitesimale da poter essere tralasciata.
Forse la chiave di tutto è la pazienza. La pazienza di conoscere, la perseveranza nell'ascoltare, la forza d'animo di confontarsi, ma confrontarsi davvero, con le idee autentiche, con le parole spontanee, coi gesti sinceri. Forse la chiave è il coraggio. Il coraggio di essere, ma anche di mostrarsi, di lasciarsi conoscere nel profondo, di dimenticare la maschera a casa. Solo così si può ambire a una condivisione quasi "tangibile", dove si è talmente vicini da poter intercettare i pensieri, dove l'aria diventa solida per la tensione tra le menti, dove i fiati diventano densi e si fondono a formare un solo, unico respiro. Il respiro di una nuova gioventù che possa avere la consapevolezza profonda e, forse anche temeraria, quasi folle, di poter reggere con le sole braccia il peso di una condivisione più vera. Per partorire idee, realizzare progetti, cambiare quello che c'è da cambiare e migliorare quello che, invece, può restare così.
Ma questo è solo il punto d'arrivo. Il viaggio verso questo traguardo è lungo, tormentato, e, forse, chissà, neanche possibile.
Io continuo a sperarci e a crederci e a cercare nei volti del mondo chi, come me, ha fame di abbracci e di mani e di fiumi di parole e di stimoli nuovi. E voi cosa fate per allontanarvi dalla vostra isola?
Ilaria, Milano (è di nuovo finita l'estate, ma forse l'ho soltanto sognata...)
Di ritorno dal mio viaggio europeo, voglio solo raccontarvi la storia di un muro, segno di libertà e pace. E voglio parlarvi della musica, portatrice di questi due concetti cosi utopici, cosi lontani dalla realtà e pure cosi voluti, e ridefiniti e combattuti. Voglio parlarvi di un muro scritto da voci che non potevano parlare, un muro oggi colorato e attraente, un muro che racchiude la bellezza dell’esser giovani e del volersi esprimere. Ci potranno legare le mani, cucire la bocca, incuterci timore, influenzarci con idee ma riusciremo sempre a farci sentire e il muro di John Lennona Praga ne è una testimonianza. È meravigliosamente sconvolgente e straordinario ritrovarsi di fronte a quel muro, e non ti importa di sapere la storia, il passato e le ragioni, capisci subito il segno di pace e di libertà che ti vuole comunicare. Ti perdi nelle frasi di storiche canzoni che forse il mondo l’hanno cambiato veramente, ti perdi nelle solite frasi d’amore che più sono vecchie e più fan emozionare, nei saluti di altri continenti e nelle due parole costanti, scritte in ogni alfabeto e in ogni lingua… pace e libertà. Ciò che non avevano i ragazzi di Praga quando incominciarono a scrivere quello che non potevano dire su quel muro, e ciò che non abbiamo neanche noi che pur ci illudiamo di avere grazie alle conquiste altrui.
Ma un certo effetto quel muro lo fa! se ancora oggi esiste, se nonostante i continui oscuramenti è rinato sempre,un motivo ci sarà.
Un motivo ci sarà se ogni giorno viene riscritto da persone di tutto il mondo che ancora sognano, che ancora con un pennarello in mano, una musica nelle orecchie e un muro su cui scrivere si sentono più libere!
Appena la bandiera a stelle e strisce iniziò ad oscillare nel vento di quell’estate messicana, Tommie Smith e John Carlos rimasero in piedi sul podio, con le loro medaglie al petto (per la cronaca, una era fatta d’oro ed una di bronzo), abbassarono le loro teste, ed alzarono un pugno, il destro Smith, il sinistro Carlos, pugni evidenziati dai loro guanti di cuoio nero…
Thomas Smith, meglio conosciuto come Tommie, nacque il 5 giugno del 1944, settimo di dodici figli.
Da piccolo, dopo essersi salvato da un terribile attacco di polmonite, iniziò a lavorare nei campi di cotone; poi, visto che il ragazzo era determinato ed amava lo studio, seguì l’università, dove ottenne due lauree e (visto che il ragazzo amava correre, ed era determinato...) tredici record universitari nell’atletica leggera.
E’ stato uno dei più grandi sprinter dell’atletica leggera, Tommie Smith, tra i più forti di sempre nei 200 metri, specialità con cui trionfò nelle olimpiadi di Mexico City, nel 1968, con il tempo record di 19.83 secondi.
E' a questo punto, poco dopo il record, che la storia di Tommie esce dai confini dell'attività sportiva.
La sua premiazione divenne uno dei più grandi simboli per immagini di tutto il XX secolo, e si trattò senza dubbio della cerimonia di medaglia più popolare di tutti i tempi, nonché un momento fondamentale per movimento di diritti civili.
Ad accompagnare Tommie Smith nella Storia, il suo collega ed amico John Carlos, medaglia di bronzo nella stessa gara.
Smith disse più tardi a chi lo intervistò che il suo pugno destro, dritto nell’aria, rappresentava il potere nero in America, mentre il pugno sinistro di Carlos rappresentava l’unità dell’America nera.
Con i loro pugni alzati, lì su quel podio olimpico, Tommie Smith e John Carlos comunicarono al mondo intero la loro solidarietà con il movimento del black power, che in quegli anni lottava aspramente per i diritti dei neri negli Stati Uniti.
In maniera non violenta i due stavano attuando quella disobbedienza civile che era stata auspicata da Martin Luther King (morto poco prima delle Olimpiadi)... i loro occhi rivolti verso il basso (e non verso la bandiera americana), insieme al loro pugni foderati di cuoio nero, suscitarono enorme scalpore e polemiche.
Un gesto silenzioso che scavò dentro molte coscienze.
Questo gesto di portata mondiale spinse Tommie Smith nella ribalta come portavoce dei diritti umani, attivista, e simbolo dell'orgoglio afro-americano africano, a casa ed all'estero. Smith ha poi vissuto anche una discreta carriera come un allenatore, educatore e direttore sportivo.
Ma torniamo a quelle olimpiadi del '68.
Il movimento dei diritti civili non aveva fatto molta strada nel tentativo di eliminare le ingiustizie subite dai neri d’America, e per attirare l'attenzione pubblica sulla questione, verso la fine del 1967, alcuni atleti neri avevano dato vita all’Olympic Project for Human Rights, OPHR, al fine di organizzare un boicottaggio alle olimpiadi che si sarebbero tenute l’anno successivo a Città del Messico.
Il leader del progetto era il dottor Harry Edwards.
Edwards, pur appoggiato da Smith e da altri, non riuscì però a convincere gli atleti neri della nazionale olimpica a partecipare al boicottaggio. I due atleti sfruttarono quindi il palcoscenico offerto dalla premiazione per rovinare la festa ai connazionali ed al mondo, almeno un po'.
L’altro atleta, quello bianco con la medaglia d’argento, prese a suo modo parte all’evento: portava sul petto un piccolo distintivo, c’era scritto OPHR.
La provocazione era completa.
Il nome di quell’atleta è Pietro Norman, la nazionalità australiana.
Un temporale di oltraggi fu quello che li investì: per vilipendio alla bandiera ed ai Giochi Olimpici furono espulsi dalla squadra nazionale e banditi dal villaggio olimpico.
Eppure la loro leggenda era già iniziata, visceralmente legata, come molti fatti del novecento, ad una immagine, una fotografia.
Le Feriae Augusti rappresentavano nell’antichità un momento di meritato riposo, riconciliazione degli uomini con se stessi e con la natura. Fino ai nostri giorni visto come le ferie più meritate, dopo mesi di lavoro, sacrifici, studio, affanni quotidiani. Ognuno trascorre il ferragosto come meglio può: spiagge in pieno relax, escursioni nei paesi vicini, gite in campagna o in alta quota, villeggiature al mare. Capita anche tra i giovani di non confondere il meritato riposo con il mero svago e di non distogliere dunque il proprio intelletto dai propri bisogni o dai propri progetti futuri. Così tra vento caldo, olimpiadi blindate e nuove guerre fredde si può scorgere un sorriso sulle labbra di Mario che attende con il libro sotto l’ombrellone gli esami di riparazione per saldare il debito di matematica, di Claudia che sta per diventare madre ma non moglie, di Roberta che ha l’università a Bologna e il cuore a Caltanisetta, di Giulio che non ne può più di trascorrere le vacanze sempre nello stesso posto con i suoi genitori, di Andrea che sogna una zattera in mezzo al mare, le stelle e l’amore di Luigi, di Laura che ascolta i grilli in silenzio senza gli assilli del capo del call center, di Lorenzo che lavora in disco e conosce bene l’alba ma non le piogge di stelle d’agosto, di Maria che canta Venditti e sogna la rivoluzione, di Pamela che si sente una reginetta quando può fare a meno dei soldi di papà, di Alessio che ha un futuro da ballerino e un biglietto di sola andata sotto il cuscino.
Una generazione che sorride ogni volta che può liberarsi dagli ordini, dai tempi, dagli spazi loro imposti da una società glaciale che per un solo giorno sembra potersi sciogliere sotto i raggi di un sole amico. Un esercito di sognatori che scandiscono il proprio dominio anche su un solo attimo della propria esistenza.
Non si può confondere il riposo con la libertà, ma non bisogna neppure autoimporsi l’idea di una libertà vigilata. Fermarsi al centro del proprio mondo, guardarsi attorno, riprendere le forze, tirare un lungo respiro ed urlare a se stessi con tutte le proprie forze “ECCO LA VITA CHE VOGLIO” non deve essere solo uno sforzo lessicale per mettersi alla pari con i racconti romantici di storie passate di ragazzi-uomini di altri tempi con la casa, la macchina, il lavoro e la morte garantiti.
Decidere di cosa vivere è, prima ancora che un esame indispensabile per l’immaginazione, un impegno alto verso se stessi, lo sforzo di un test risolutivo che traccia un segno indelebile tra il cassetto dei sogni e il desiderio ascritto di emancipazione, autodeterminazione sociale. Non che le ferie abbiano un valore rivoluzionario, fatti salvi i secoli di lotte che le hanno garantite, ma quella loro aura sacra al contempo individuale e collettiva, non può disconoscerla nessuno. Né il ventenne guascone che arriva al Billionaire con lo yacht e dà del pezzente al giovane ormeggiatore stagionale che gli chiede una sigaretta, né ministri e sindaci che costringeranno Awatt(22 anni, in cerca di rifugio politico) a lasciare l’Italia e tornare in Guinea per conoscere il carcere duro del presidente Contè.
Guardarsi attorno per immaginarsi tra vent’anni o anche sapere come proprio non vorremmo essere è un giochino da fare a casa o in spiaggia, soli o in compagnia, in una tenda da campeggio o sotto un cielo stellato, ma è un giochino che prevede un’abilità del giocatore: non rinunciare mai all’azione. Il potere della mediocrità del presente non sta nel livellamento sociale ma nel potenziale riscatto, non nella sopportazione ma nella presa di coscienza, individuale E collettiva.
Il mio augurio in questo periodo caldissimo è semplicemente che trascorriate dei giorni sereni, se poi il germe del cambiamento potesse riprodursi in questi attimi a mente calma, a giovarne saremo tutti. Basta uno sguardo, uno scambio di opinioni, un contatto, mentre fate l’amore, leggete, ballate o giocate a racchettoni.
Se ancora ce n'era bisogno, le cannonate e i bombardamenti in Ossezia e Georgia hanno dato l'ultima dimostrazione che 14 anni di «guerre umanitarie», otto anni di presidenza Bush, otto anni di regime putiniano, sette anni di «guerra al terrore» hanno fatto del diritto internazionale il più idoneo sostituto ai dieci piani di morbidezza Scottex.
Prova ne è che persino un autocrate dispotico come Vladimir Putin può presentarsi con successo come difensore di orfani, vedove e legalità internazionale. Lui che in Russia e in Cecenia ha calpestato a piacimento vite umane, giornalisti indipendenti, diritti civili e garanzie costituzionali.
Quando un Occidente insieme roboante e impotente gli rimprovera di violare l'integrità territoriale di uno stato sovrano riconosciuto dall'Onu, Putin ha buon gioco nello sbattere in faccia a Europa e Stati uniti l'indipendenza del Kosovo, voluta e ratificata da quasi tutti i sudditi Usa (con le notevoli eccezioni di Grecia e Spagna). La proclamazione d'indipendenza del Kosovo dello scorso anno ha violato ogni norma del diritto internazionale, poiché la Serbia è uno stato sovrano e la risoluzione Onu approvata nel giugno 1999 sanciva l'integrità territoriale serba e la sua sovranità sul Kosovo (pur con un alto grado di autonoma).
Ha perciò tutte le ragioni formali Putin quando chiede: «Perché la Georgia deve ricevere un trattamento diverso dalla Serbia quanto a soddisfazione delle istanze indipendentiste di osseti e abkhazi?» E noi abbiamo tutte le ragioni di chiederci: «Se l'integrità di stati sovrani è flessibile, cosa resta del diritto internazionale?» Di dipendere dai rapporti di forza, di non essere perciò «diritto».
E quando gli Stati uniti accusano Mosca di volere un «cambio di regime» a Tiblisi, è facile per i russi rispondere: «Con che faccia parlate voi che avete invaso l'Iraq senza nessuna ragione al mondo (armi di distruzione di massa non vi sono mai state trovate), solo per abbattere Saddam Hussein che con l'11 settembre non c'entrava niente!»
Come per i Balcani Tony Blair aveva riesumato a distanza di un secolo «l'imperialismo liberale» e umanitario di William Gladstone, così adesso in Caucaso Putin si ammanta d'«interventismo umanitario» nel difendere i poveri civili osseti ed esclama: «Non permetteremo un'altra Sebrenica!» (i riferimenti alle guerre balcaniche degli anni '90 si sprecano nell'attuale guerra di propaganda tra Georgia e Russia). Proprio come si era ammantato di «guerra al terrore» per giustificare le atrocità commesse dall'esercito russo in Cecenia. Non solo: Mosca ha inviato procuratori in Sud-Ossezia con la chiara intenzione d'istruire un'accusa e magari formalizzare un mandato di cattura contro il premier georgiano Mikheil Saakashvili per crimini contro l'umanità. Non sembra lontano il giorno in cui il Cremlino chiederà che Saakashvili sia processato dal tribunale internazionale dell'Aja. Un tribunale che si è discreditato da solo per l'opaca, sospetta selettività con cui sceglie chi processare e chi no: che si sappia, non ha mai tentato d'incriminare un carnefice come il dittatore indonesiano Suharto (di recente scomparso) che negli anni '60 fece massacrare almeno 500.000 suoi connazionali, colpevoli di essere comunisti. Anche qui, Putin ha buon gioco nel ricordare agli Stati uniti che loro hanno condannato a morte Saddam Hussein perché colpevole di aver sterminato due cittadine curde. Dalla richiesta d'incriminazione di Saakashvili, il tribunale dell'Aia rischia di uscirne in ogni caso ancora meno credibile: se, come è più che probabile, la rifiuterà, sarà considerato ancor più servo solo degli Stati uniti, mentre nella remota eventualità che decida d'incriminarlo, apparirà servo di due padroni invece che di uno solo.
Il che ci riporta al vecchio dibattito sofista nell'Atene del V secolo sulla natura della giustizia: la giustizia è l'arma di cui si serve il più forte per perpetrare il proprio dominio? o è l'arma con cui il più debole cerca di limitare lo strapotere e l'arbitrio del più forte? Ricordate le parole del sofista Trasimaco come riportate da Platone nel primo libro della Repubblica: «Ogni governo stabilisce le leggi a seconda del proprio interesse (...): una volta poi stabilite queste leggi, dichiarano che per i sudditi è giusto ciò che loro giova, e chi questo trasgredisce è punito come violatore della giustizia. Ecco, amico mio, in che consiste questa giustizia che io affermo esser di fatto sempre la stessa in tutte le città: ciò che giova al potere costituito. Esso ha infatti la forza; donde ... segue che, ovunque, il giusto consiste sempre nella stessa cosa, in ciò che giova al più forte».
Le vicende di questi anni forniscono potenti argomenti alla tesi di Trasimaco. Dopo 2500 anni il sofista ateniese trova esempi a bizzeffe nella globalizzazione ultrateconologica del XXI secolo, soprattutto quando Socrate gli obietta che i poteri costituiti agiscono per il bene dei propri cittadini. Trasimaco gli ribatte: «Tu credi che i pastori e i bovari mirino al bene delle pecore o dei buoi e che li ingrassino e li curino con uno scopo diverso dal bene dei padroni e loro proprio. E così pensi che anche i governanti degli stati ...siano rispetto ai sudditi in una disposizione assai d'animo diversa da quella che si può avere rispetto a pecore». E con queste parole di Trasimaco torniamo ai nostri Putin, Bush, Berlusconi, Sarkozy...
La musica è, a mio parere, il più grande mezzo per colpire il segno: inviare un messaggio nel minor tempo possibile alla maggior parte delle persone.
Positivo. Molto positivo.
Fare canzoni-denuncia è una delle cose più difficili e buone che si possa fare in ambito musicale.
MA
...e c'è sempre un ma.
C'è modo e modo!!!
Ho ascoltato l'ultimo singolo di Caparezza e non mi è di certo arrivato un messaggio positivo!
certo non era suo intento inviare un messaggio positivo ma dannazione non ne abbiamo già abbastanza di problemi?....che poi dai, di certo non è na tragedia così drammatica!!!
Da pugliese mi sono sentita profondamente offesa.
Da cittadina attiva quale mi sento ho colto la denuncia ma resto, oserei dire, indignata ad ascoltare quelle parole.
Da ragazza qualunque ho sorriso
Poi ho provato a mettermi nei panni di un italiano non pugliese e ho deriso la Puglia.
Ho provato anche a mettermi nei panni dei turisti e si, seguirei il suo consiglio: Niente Puglia quest'anno, li stanno ridotti proprio male. metti che poi "chiudo le palpebre e non le riapro piu" ??
Sarà che sono pugliese. Sarà che sono orgogliosa di esserlo. Sarà che amo questa terra dal gargano (bruciante) allo Jonio (pieno di zolfo)...sarà che vorrei che tutto il mondo guardasse le meraviglie di questo pezzettino di Italia ma sinceramente non ho apprezzato neanche per un istante il pezzo (e neanche il video).
La Puglia è una terra meravigliosa e ci sono zone che anche grazie alle lodi hanno migliorato loro stesse guarendo i problemi che avevano all'interno (lo so per esperienza diretta).
Ci sono bellezze in Puglia che non si conoscono e non si immaginano neanche.
La denuncia dei problemi è importante!! lo so io e lo sapete voi. Gridare un problema e farsi sentire è coraggioso. ma ragazzi, per me ha esagerato.
Non so voi ma
IO RESTO A BALLARE IN PUGLIA.....e se ci riesco porto anche qualche amico a ballare con me.
Il G8, che allora era il Gruppo dei Sei, nacque a metà degli anni Settanta come risposta dei maggiori paesi industrializzati al primo choc petrolifero, l'embargo dell'Opec durante la guerra del Kippur.
Più di trent'anni dopo questo embrione di governo globale si ritrova alla casella di partenza.
E' di nuovo alle prese con una gravissima crisi energetica, che propaga il virus dell'inflazione su tutto il pianeta, senza aver fatto passi in avanti per ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi. L'agenda dei temi che dominano questo vertice sull'isola di Hokkaido è la fotografia di un monumentale fallimento. La mancanza di una politica per il risparmio energetico e la diversificazione delle fonti ci presenta il conto.
Negli Stati Uniti la General Motors è sull'orlo della bancarotta e la sua capitalizzazione di Borsa è stata superata da una catena di caffè (Starbucks). Il crollo dell'industria automobilistica nel Paese più motorizzato del mondo è uno dei segnali di collasso di uno stile di vita, di un modello di consumi insostenibile. American Airlines e United, le due più grandi compagnie aeree, stanno licenziando migliaia di dipendenti. Insieme con l'èra dei Suv tramonta anche il periodo in cui gli americani prendevano l'aereo come un autobus. Vengono al pettine i nodi del "ventennio sprecato": a partire dalla presidenza di George Bush padre, l'America ha rinunciato a essere il laboratorio di una nuova modernità, ha scartato le strade per creare ricchezza senza distruggere le risorse naturali del pianeta. I risparmi energetici che ci furono dopo lo choc degli anni Settanta, sono stati annullati dagli anni Novanta a oggi.
Ora, con il petrolio a 145 dollari a barile, George Bush è venuto a Toyako a sostenere due posizioni inconciliabili. Da una parte è contrario ad allargare in tempi rapidi il G8 per includervi Cina e India. D'altra parte lui stesso ammonisce che un'azione seria contro il cambiamento climatico è impossibile senza coinvolgere Cina e India, i nuovi giganti anche nell'emissione di Co2. Le potenze asiatiche reagiscono con fastidio. Con appena il 4% della popolazione mondiale gli Stati Uniti continuano a consumare un quarto di tutto il petrolio. A Pechino, la città con il più alto reddito pro capite della Repubblica Popolare, gli ingorghi automobilistici sono già una realtà quotidiana, e tuttavia ci sono solo 3,5 milioni di autovetture per 18 milioni di abitanti. Se avessimo noi questo tasso di motorizzazione privata, le nostre metropoli sarebbero delle grandi isole pedonali. Cina e India non accettano di essere additate come i "principali sospetti" per il terremoto inflazionistico che sconvolge i mercati di tutte le materie prime.
Questa demonizzazione degli ultimi arrivati, Bush la esprime con la consueta brutalità, ma è entrata nel linguaggio comune di governi e opinioni pubbliche anche in Europa. L'aumento dei consumi asiatici - sicuramente una ragione di fondo dell'inflazione - è una causa "virtuosa" legata al progresso economico di quei Paesi. Tra le cause meno virtuose c'è l'inerzia dei Paesi maturi e post-industriali nel dirottare risorse verso nuovi modi di produrre e consumare.
Un capolavoro di ipocrisia è andato in scena ieri a Toyako con l'Africa-Day: la decisione di aprire il G8 discutendo con i Paesi poveri la crisi alimentare di cui sono le vittime più vulnerabili. Molti Stati africani hanno classi dirigenti disastrose; non così ingenue però da non aver colto una singolare coincidenza: ci siamo improvvisamente ricordati di loro da quando sono attratti verso la sfera d'influenza del neo-impero cinese. Dal Sudan allo Zimbabwe, le dittature criminali che fanno notizia sono quelle che hanno stretto maggiori rapporti economici, politici e militari con Pechino. La lista di aguzzini dei popoli africani è un po' più lunga. Si parla meno di quelli che restano vassalli di Washington, Londra o Parigi. Quando i leader del G8 discutono i terribili effetti del caro-cibo, nella lista delle cause rispuntano regolarmente i "forsennati" aumenti dei consumi alimentari asiatici. Guai però a toccare i sussidi per il bioetanolo su cui Obama e McCain si giocano i voti dei farmers nel Midwest. E' sparita dall'orizzonte la famigerata politica agricola comunitaria, quasi che non esistesse più. Invece continua ad assorbire quasi metà dell'intero bilancio dell'Unione europea. La Pac resta una politica protezionista con forti effetti distorsivi sui mercati mondiali e i flussi di approvvigionamento. E' stata storicamente un ostacolo al decollo economico africano; una barriera contro l'accesso dei produttori più poveri ai consumatori europei. "L'uomo della rottura", Nicolas Sarkozy, appena divenuto presidente ha difeso lo status quo agricolo, una rendita di cui la Francia è la principale beneficiaria. Non è solo Mugabe ad accogliere le prediche europee sui diritti umani con sarcasmo.
Altra caratteristica di questo G8 è l'assenza di un padrone di casa. Il governo giapponese è un fantasma. Eppure il Giappone resta una grande potenza tecnologica, all'avanguardia nel risparmio energetico: è il Paese che consuma meno petrolio in proporzione al suo Pil. Non a caso è l'invasione della Toyota Prius ibrida in California ad aver segnato la fine dello Hummer (il blindato da combattimento con cui le mamme di Beverly Hills accompagnavano i bimbi a scuola). Per capire le radici della carenza di leadership nipponica basta osservare che a Toyako i nostri cellulari non funzionano. Il Giappone è l'unico Paese, con la Corea del Nord e la Birmania, dove è inutile portarsi un telefonino europeo, americano o cinese. Rimane pervicacemente protezionista, mantiene mille barriere invisibili contro gli investimenti stranieri, cioè contro la concorrenza. Nell'attuale crisi di consenso verso la globalizzazione, la lezione del Sol levante è chiara: quindici anni di depressione economica sono il bilancio di una mentalità da fortezza insulare.
C’ era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone:
diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata.
Tutti quanti gliel’ ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto.
Erano tutti concordi nell’ ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s’ insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All’ improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse:
“ beh, a dire il vero… il tuo cuore è molto meno bello del mio.”
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo.
Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici.
C’ erano zone dove, dalle quali, erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene- così il cuore risultava bitorzoluto.
Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi.
Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.
Il giovane guardò com’ era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere:
“Starai scherzando!” , disse. “ Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è rattoppato di ferite e lacrime.”
“Vero”, ammise il vecchio. “Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio.
Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel’ ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi – e così ho qualche bitorzolo, a cui sono affezionato, però: ciascuno mi ricorda l’ amore che ho condiviso.
Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l’ amore che provo per queste persone… e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso,che cosa sia la vera bellezza?”
Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto.
Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel’offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane.
Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Il giovane guardò il suo cuore che non era più “ il cuore più bello del mondo”, eppure lo trovava più meraviglioso che mai:
perché l’amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.
Mariangela Capuano – Barletta
Vi chiedo scusa per la mancata, solita canzone…
Ci sono cose che ti colpiscono e che vuoi condividere con gli altri…
Non voglio riaccendere discussioni politiche, moraliste nè religiose... voglio parlarvi e raccontarvi ciò che è stata Bologna nell'ultimi 2mesi e in particolar modo sabato 28giugno. ve ne voglio parlare perchè spero che ognuno di voi in qualsiasi città si trovi, possa avere la possibilità di avvicinarsi a mondi su cui spesso si tace o su cui se ne parla in modo fin troppo stereotipato... Bologna ha ospitato il gay pride nazionale ed è stato un alternarsi di iniziative e incontri, il culmine sabato con la manifestazione. Qualsiasi sia la vostra idea su questo modo di mostrare il proprio orgoglio penso che ne valga la pena di viverlo almeno per un pomeriggio, in cui vedi magicamente colorarsi la città in cui vivi, in cui incroci per strada persone meravigliosamente festose, in cui tutta la città diventa orgogliosa di ospitare tale gente. Più sobrio degli altri anni hanno detto, ma non per questo non determinato e divertente, con una sfilata che ha ravvivato viali che di solito vedi trafficati, sfilata che ha attirato l'attenzione di curiosi, curiosi coraggiosi e anch'essi rallegrati dai colori, curiosi con i loro bambini, gioiosi con tutti, aldilà delle idee, politiche e chiese.
la strada era come un arcobaleno sfarzoso, semplice, incazzato, che si muoveva a ritmo di tante musiche, diverse da un carro all'altro, che cambiavano modo di porsi, modo di mostrarsi, modo di vivere, modo di rappresentare il proprio orgoglio. Mi è dispiaciuto incontrare gente che dall'altra corsia ci guardava e non lasciava le auto per ballare con noi, non lo so se per vergogna, o timore, o squallore, ma mi è dispiaciuto se guardando noi hanno visto il male, il distorto, il peggio, ma loro almeno hanno visto al contrario di chi ha esplicitamente evitato l'incontro.
poi il corteo è entrato nella città più abitata. Le solite vie sono diventate altro, hanno visto più di 200mila persone passare in una volta. Intanto si arrivava alla fine di una giornata, alla fine di un ballo lungo quanto le strade di Bologna, alla fine di urla urlate politicamente e scontrosamente contro chi ha degli impegni verso i cittadini, alla fine di una manifestazione in cui non sai più chi sei, se sei sulla corsia del corteo o in quella dove le macchine aspettano guardando nel traffico quel mondo che balla, si veste di abiti, e urla diritti che forse mai avrà... ma ciò che io so è il perchè ero lì.. ero lì come cittadina, come abitante di una città viva e aperta, come donna libera, come amica di chi lotta, come una persona che ama persone belle, come una coerente, come una ragazza fortunata per gli amici, per gli incontri, per Bologna!
i giornali hanno parlato e scritto, io non ho letto o solo partecipato e vi ho voluto lasciare un mio ricordo... 2 su una bicicletta, un cappello sulla testa, un sole alto, le due torri bolognesi, una bandiera e semplicemente partecipare senza paure o vergogne... liberi di esprimersi e questo modo di esprimersi è magnificamente unico.
che lo siate o no, che lo sia il tuo amico o vicino, che non lo sia nessuno... partecipate anche voi al prossimo gaypride!
"Guagliù stateme a 'ssentì, questo è il bene < ? >... e questo è il male < ! >.
Il bene è il dubbio, quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi state tranquilli, vuol dire che è una brava persona, vuol dire che è democratico, che è tollerante, quando invece incontrate questi qui < ! >, quelli che hanno le certezze, la fede incrollabile, e allora stateve accorte, vi dovete mettere paura [...]"
(dal film "Così parlò Bellavista" - Luciano De Crescenzo - 1984 )
Come Bellavista io anche ho sempre avuto paura "dei punti esclamativi", di quelli con tante, troppe, sole certezze.
Io sono un < ? >: sono una persona dubbiosa, metto sempre un forse, un ma, un chissà, un potrebbe. Non perchè non sia sicura di me (oddio anche), ma perchè....chi può dire alla fine se una cosa è così veramente senza ombra di dubbio?
Non aver certezze spinge l'uomo alla ricerca, spinge l'uomo alla riflessione, al ragionamento, alla conoscenza, di conseguenza alla comunicazione, di conseguenza alla civilizzazione, al buon senso, alla tolleranza, alla democrazia.
Non aver certezze non significa <non credere in un'idea, in un ideale, in qualcosa....> significa solo che quello in cui si crede non è ASSOLUTAMENTE COSì o non deve essere in modo assoluto la verità di tutti.
Aver certezze significa aver finito di cercare, di creare. Significa che questo senso della vita che tutti vogliono scoprire è stato dato. La fine della vita stessa.
Aver certezze significa imporre una verità (la propria), cosa che porta all'ormai nota "dittatura".
Aver certezze non significa "essere forti" o "essere coraggiosi". Significa solo che < ti stai > imponendo sugli altri, sulle idee e sulle opinioni altrui...
Antonella-rm
p.s. .....beh, naturalmente non è assolutamente vero ciò che ho appena scritto. -----> scherzo :P
Allo sceriffo non piace
Che si suoni il rock nella Casbah
By order of the prophet
Su ordine del profeta
We ban that boogie sound
Abbiamo bandito questa musica boogie
Degenerate the faithful
Che faceva degenerare il fedele
With that crazy Casbah sound
Con questa pazza musica (da) Casbah
But the Bedouin they brought out
I Beduini hanno tirato fuori
The electric camel drum
La batteria elettrica di cammello
The local guitar picker
E il chitarrista locale
Got his guitar picking thumb
Sfodera il pollice da suonatore di chitarra
As soon as the shareef
Non appena lo sceriffo
Had cleared the square
Ha fatto piazza pulita
They began to wail
Hanno cominciato a suonare
The king called up his jet fighters
Il re ha richiamato i suoi piloti dei caccia
He said you better earn your pay
Gli ha detto di guadagnarsi lo stipendio:
Drop your bombs between the minarets
e sganciare le bombe in mezzo ai minareti
He thinks it's not kosher
Pensa che non sia puro
Fundamentally he can't take it.
Fondamentalmente non la sopporta.
You know he really hates it.
Sai, la odia proprio. [la musica]
[ Rock The Casbah - The Clash ]
Come diceva qualcuno, la musica è fastidiosa molto spesso: la gente si ritrova a cantare all’ unisono le stesse parole, la stessa melodia … ed i cuori sono proiettati nella stessa direzione …
E' successo a due passi da casa mia questa volta. Mi fa uno strano effetto, un effetto che mi turba non poco. Provo immediatamente sconcerto, poi dolore, poi rassegnazione. E capisco che così non va, non bisogna arrendersi all'intolleranza. Qualunque sia la ragione del vile gesto che ha portato due ragazzi col volto coperto da caschi a far esplodere due bottiglie molotov in un piccolo campo rom alla periferia di Barletta, non bisogna farsi prendere da nessun sentimento di impotenza. Occorre resistere, e se necessario, anche frapponendosi fisicamente tra l'anonimato, la linea d'ombra, l'isolamento di 16 rom-barlettani e l'incoscienza, il razzismo, la violenza di una certa fetta di popolazione che non vede, non sente, non parla di quanto accaduto due giorni fa.
Interrogati, gli abitanti del posto, alzano le spalle come per dire:" e che vuoi che sia, succede altrove, perchè non qua? Non siamo mica una periferia di serie B noi, se li cacciano a Napoli e a Bologna è probabile che qualcuno li voglia cacciare anche qua".
Già, "qualcuno"...
Barletta, zona 167, una periferia di palazzoni, residenza "economica e popolare", ceti mediobassi per lo più legati a cooperative edilizie vicine al centrosinistra, forte influenza delle parrocchie, ma pochi dubbi sul futuro del campo nomadi: sono sporchi, rubano, danno fastidio anche alla vista, via da qui subito!
Molte associazioni, scuole e partiti di sinistra chiedono da tempo una migliore sistemazione del campo, come previsto dal piano sociale del Comune, ma l'amministrazione non si è mossa a sufficienza per trovare una soluzione idonea sia per la sicurezza e la salubrità del campo stesso sia per una maggiore integrazione delle famiglie ormai presenti da diversi anni sul territorio.
C'era da aspettarselo, bisognava intervenire prima? Probabilmente si, ma un dato è certo, oggi è successo.
Ad uscire dall'anonimato non ci hanno pensato i rom con atti criminali, niente omicidi, niente rapimenti, niente di niente; ormai da diversi anni alcuni dei loro ragazzini frequentano la scuole con i bambini italiani, da qualche tempo li vedi la sera girare con amici italiani, alcuni li scovi nascosti al buio dietro una colonna con il propio piccolo amore italiano sognare, chissà, un futuro insieme.
A svegliare Barletta dal sogno dell'integrazione, lunga, sofferta ma possibile, ci hanno pensato due ragazzi italiani, mossi da un forte sentimento di odio, i quali hanno ponderato un'azione solitaria ma ben riuscita, armati di molotov hanno lasciato solo cenere attorno a quattro baracche andate in fiamme, dalle quali sono scappati in tempo quegli ospiti indesiderati con tanto di bambina di nove mesi, salvi per miracolo.
La parte civile e democratica della città sarà chiamata ad un compito arduo nei prossimi mesi: la difesa del valore della tolleranza e della solidarietà. Ma è opportuno che anche l'Amministrazione non faccia orecchie da mercante, in quel campo la sicurezza manca da sempre.
Non resta che ripararsi al meglio, il vento del peggior nord e di una certa destra xenofoba e razzista può arrivare anche nella calda Puglia e chissà che qualche spiffero non l'abbia già contagiata.
Carmine
Diffondo inoltre il comunicato congiunto che mi è stato inoltrato da "Arci" e "Unione degli Studenti" di Barletta:
"A fronte di quanto accaduto la scorsa notte presso il campo nomadi situato nella periferia della 167 di Barletta, il circolo ARCI “Carlo Cafiero” e l'Unione degli Studenti di Barletta insieme, esprimono la loro completa disapprovazione e sdegno verso gli atti razzisti e di odio nei confronti dei rom, sintomo di una sempre più' diffusa xenofobia alimentata dai recenti provvedimenti del governo.
Speriamo che la giustizia faccia immediatamente il proprio corso per individuare i responsabili di questo ignobile gesto. Ci opponiamo fermamente ad ogni gesto intollerante e violento e crediamo infatti che la strada più giusta sia quella dell'integrazione e della pacifica convivenza dei popoli nel rispetto delle norme comuni. Anche per queste ragioni ci vedrete impegnati nelle prossime settimane in iniziative di sensibilizzazione sociale tra cui una cena sociale multietnica (già in programma prima dell'accaduto) che avrà luogo nella nostra città verso metà luglio".
Circolo ARCI “Carlo Cafiero”
Unione degli Studenti- Barletta-
Lo so che è il secondo intervento nel giro di una settimana, ma ci tengo a riportare quest’antico manoscritto anonimo del 1247, ritrovato nella chiesa di San Paolo a Baltimora.
A me è servito a riflettere, in questo periodo di esami, bivi, scelte ardue e vibrazioni stonate del cuore. Spero sia utile a chiunque lo legga.
(tra l’altro, pensandoci, la regola è postare massimo due interventi a settimana, quindi questo post è legale!:-))
Procedi con calma tra il frastuono e la fretta, e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio. Per quanto puoi, senza cedimenti, mantieniti in buoni rapporti con tutti. Esponi la tua opinione con tranquilla chiarezza, e ascolta gli altri: pur se noiosi e incolti, hanno anch'essi una loro storia. Evita le persone volgari e prepotenti: costituiscono un tormento per lo spirito. Se insisti nel confrontarti con gli altri, rischi di diventare borioso e amaro, perché sempre esisteranno individui migliori e peggiori di te.
Godi dei tuoi successi e anche dei tuoi progetti. Mantieni interesse per la tua professione, per quanto umile: essa costituisce un vero patrimonio nella mutevole fortuna del tempo.
Usa prudenza nei tuoi affari, perché il mondo è pieno d'inganno. Ma questo non ti renda cieco a quanto vi è di virtù: molti sono coloro che perseguono alti ideali e dovunque la vita è colma di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti. Non ostentare cinismo verso l'amore, perché, pur di fronte a qualsiasi delusione e aridità, esso resta perenne come il sempreverde. Accetta, docile, la saggezza dell'età, lasciando con serenità le cose della giovinezza. Coltiva la forza d'animo, per difenderti nelle calamità improvvise. Ma non tormentarti con delle fantasie: molte paure nascono da stanchezza e solitudine. Aldilà di una sana disciplina, sii tollerante con te stesso. Tu sei figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle, ed hai pieno diritto d'esistere. E, convinto o non convinto che tu ne sia, non v'è dubbio che l'universo si stia evolvendo a dovere.
Perciò, sta’ in pace con Dio, qualunque sia il concetto che hai di lui. E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni, nella chiassosa confusione dell'esistenza, mantieniti in pace col tuo spirito. Nonostante i suoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso. Sii prudente. Sforzati d'essere felice.